
Nata a Rimini, laureata in Lettere all’Università degli Studi di Urbino, la letteratura è rimasta interesse costante, lettura e scrittura una ricerca mai interrotta.
È cominciato tutto dall’amore per lettura e scrittura. Per questo ho scelto di laurearmi in Lettere all’Università degli Studi di Urbino dove ho approfondito anche il percorso di studio dell’arte. Il mio viaggio nella pittura è stato esplorazione di autodidatta. All’inizio disegnavo minuziosamente a china figure dell’antico Egitto, mentre i libri, la parola scritta, sono sempre stati vitali. Come il titolo della serie Rescue Remedy, rimedio di salvezza, sequenza di titoli di libri ognuno nella sua lingua d’origine, che rimandano a testi da riscoprire come un piccolo pronto soccorso.
Nel tempo, ho cercato di unire scrittura e pittura abbandonando quasi del tutto la figurazione. In un testo di Roland Barthes, c’è un passo sull’arte in Oriente: dove scrivere e dipingere eludono la legge in virtù della quale mettiamo da una parte i grafici e dall’altra i pittori, da una parte i romanzieri e dall’altra i poeti. Perché la scrittura è una e il discontinuo che la fonda ovunque, fa di tutto ciò che scriviamo, dipingiamo, tracciamo, un solo testo.
Lentamente la mia attenzione si è spostata verso oggetti concreti e l’opera stessa ha invertito la marcia di creazione: prima pensavo all’immagine da realizzare e poi preparavo i materiali necessari. Col passare del tempo, l’immagine ha cominciato a determinarsi partendo dai materiali a disposizione, dalle sensazioni che muovono e dal modo di trattarli e lavorarli.
Dipingo usando soprattutto carta, olio o acrilico e cera su tavole di legno. Adopero quasi sempre stracci di tessuto per lavorare la breve gamma dei colori che uso più spesso, bianco, avorio, ocra, nero. A lavoro ultimato, a volte stendo uno strato di cera sciolta lentamente, colata sul dipinto e poi tirata via con spatole strato dopo strato da fredda, solida. La cera trasforma subito il timbro dei colori, dei segni e della carta, rendendoli più brillanti e nello stesso tempo più lontani, a seconda degli strati tolti o lasciati. Qualcosa appare nel suo scomparire, come in fondo anche la sostanza e la natura paradossale di ogni tentativo di comunicazione.
Sappiamo che c’è una differenza tra guardare e vedere, la visione dovrebbe essere attiva, un quadro desidera che lo sguardo sensibile non si fermi alla superficie, ma che riesca a entrare dentro i suoi strati e magari andare oltre. Sotto la cera, un segno si rivela e si nasconde, perché non stiamo guardando solo un oggetto, ma un luogo, al di là delle reali dimensioni del dipinto, un viaggio che non smette di cominciare, dentro un cerchio di rimandi.
L’alfabeto contiene la scrittura nei suoi 26 caratteri, che sono l’unione di qualche linea dritta e di qualche linea curva, ma nello stesso tempo contiene la possibilità di un’immagine vasta come una cosmografia. Una lettera da sola è innocente. Una specie di stato edenico del corpo del linguaggio, disarmato, prima della “caduta” nel discorso, nelle dualità mentali e che sebbene sia spesso frantumato, semi visibile, resta comunque in uno stato di grazia. Una volta finito, il quadro in realtà comincia..
It all started with a love for reading and writing. For this reason I chose to graduate in Literature at the University of Urbino where I also studied art in depth. My journey into painting has been self-taught exploration. At the beginning I drew meticulously in ink figures from ancient Egypt, while books, the written word, have always been vital. Like the title of the Rescue Remedy series, a sequence of book titles, each in its original language, which refer to texts to be rediscovered like a little first aid.
Over time, I have tried to combine writing and painting, almost completely abandoning figuration. In a text by Roland Barthes, there is a passage on art in the East: where writing and painting elude the law by virtue of which we place graphic designers on one side and painters on the other, novelists on one side and poets on the other. Because writing is one and the discontinuity that grounds it everywhere makes everything we write, paint, trace into a single text.
Slowly my attention shifted towards concrete objects and the work itself reversed the direction of creation: first I thought about the image to create and then I prepared the necessary materials. As time passed, the image began to be determined starting from the materials available, the sensations they move and the way of treating and working them.
I paint mainly using paper, oil or acrylic and wax on wooden boards. I almost always use rags of fabric to work with the short range of colors I use most often, white, ivory, ocher, black. Once the work is completed, I sometimes spread a layer of slowly melted wax, poured onto the painting and then pulled away with spatulas layer after layer from a cold, solid state. The wax immediately transforms the timbre of the colours, signs and paper, making them brighter and at the same time further away, depending on the layers removed or left on. Something appears in its disappearance, as does the substance and paradoxical nature of every attempt at communication.
We know that there is a difference between looking and seeing, vision should be active, a painting wants the sensitive gaze not to stop at the surface, but to be able to enter inside its layers and perhaps go beyond. Under the wax, a sign is revealed and hidden, because we are not just looking at an object, but a place, beyond the real dimensions of the painting, a journey that never stops starting, within a circle of references.
The alphabet contains writing in its 26 characters, which are the union of some straight lines and some curved lines, but at the same time it contains the possibility of an image as vast as a cosmography. A letter alone is innocent. A sort of Edenic state of the body of language, disarmed, before the “fall” into discourse, into mental dualities and which although it is often shattered, semi-visible, still remains in a state of grace. Once finished, the painting actually begins…